Cerca nel blog
venerdì 24 agosto 2012
martedì 21 agosto 2012
WiITTE
Il mondo è fatto di due cose
Ci sono le Cose che si possono dire
e
le Cose che non si possono dire
ma nessuna delle due andrebbe detta.
Il Mondo odia venire al mondo
Ci sono le Cose che si possono dire
e
le Cose che non si possono dire
ma nessuna delle due andrebbe detta.
Il Mondo odia venire al mondo
giovedì 5 luglio 2012
NON HO TEMPO DI LAVORARE
Fare
come Essere
– Per
essere qualcosa o qualcuno è necessario essere individuabile da
qualcosa o qualcuno. Poter essere riconosciuto come individuo,
quindi. Individuo inteso come realtà che non si può dividere, che
non può essere divisa senza perdere la sua essenza, la sua effige,
il suo carattere. Una particella indivisibile. Come tale, questo
individuo deve mostrare un minimo grado di autonomia, deve poter
definire in qualche modo se stesso e le proprie circostanze. In
breve, essere un individuo è una sporca questione di senso. Di far
senso,
anche. Persino di dover
far senso.
Faccenda assai complicata oggi, dico io. In questa sciocca
post-post-modernità che è talmente post da divenire pre.
La questione di cosa essere e di come essere è la vera questione
per l’Uomo. Qui ed ora. Non fosse altro che negli ormai scomodi
vagoni della Grande Locomotiva Occidentale l’identità individuale
è cosa che sempre meno riguarda l’individuo. E’ come se piovesse
dal cielo. Qualcuno la lascia cadere e tu prendi quella che ti tocca.
Piovono pietre, ma pazienza. Sempre meglio che essere niente. Bene,
una di queste pietre identitarie –diciamo così - è oggi il
lavoro. Nuovo (ma nemmeno tanto) Idolo, Totem dell’uomo moderno.
Pervasivo, invasivo, persuasivo. Dovunque, comunque lavoro.
Glorificato, denigrato, agognato. Lavoro. Unità di misura delle
umane cose. Per campare devi lavorare, altro non si dà. Da secoli
questo assunto viene ripetuto, fino a trasformarsi quasi in legge
della natura. In legge della coscienza, in condizione a
priori.
Che si provi ad immaginare la propria vita senza lavoro. Impossibile.
Sarebbe come immaginare uno spazio infinito, un tempo eterno, un
lavoro fisso. Tanto è vero che si parla persino di un diritto al
lavoro, quasi coincidesse con un più generale diritto alla vita. O,
meglio, alla sopravvivenza. Paradosso? Mica tanto, se per la così
detta società c’è una totale identità tra la funzione produttiva
alla quale il singolo assolve e la propria identità, il proprio
essere così e non altrimenti. Il principio di individuazione sembra
ormai essere: tu sei quello che fai. La condizione e insieme la causa
di questo processo è da ricercarsi nella struttura economica,
politica e sociale del nostro tempo e del nostro spazio. Non è
sempre stato così e non lo sarà sempre – ammesso che un sempre ci
sarà ancora. L’esistenza umana trasformata in produttività umana
è parto malriuscito di quell’inspiegabile idea secondo la quale si
ha diritto alla vita solo se si contribuisce con la propria fatica a
far girare gli ingranaggi di una macchina abnorme, eterodiretta e
votata all’accumulo di qualunque cosa esista. Ovverosia esisti se
contribuisci al funzionamento di qualcosa che è talmente grande,
talmente complesso e talmente forte da nascondersi alla comprensione
dei più. Grandi segreti di un sistema, quello capitalista del nuovo
millennio, che non sa morire perché non vuole. Ma l’agonia genera
mostri, l’abbiamo imparato. Il suicidato
dal lavoro
è l’ultimo orribile capolavoro di questa agonia che chiamano crisi
sistemica per non spaventarci troppo. Questo accade quando perdere il
lavoro significa perdere la propria identità.
Tempo
per essere, Tempo per fare – l’esistenza
non si misura con il Tempo. L’esistenza è Tempo. Costituita da
porzioni di Tempo e sottomessa alle regole del Tempo: per vivere ci
vuole Tempo. Per essere, soprattutto, ci vuole Tempo. Dicevamo che
l’individuo deve formarsi da sé, deve poter definire se stesso e,
per ciò, possedere un certo grado di autonomia. Diversamente, si ha
bisogno di qualcosa che ti dia forma, che ti informi.
Ma in tal caso salta il concetto di individuo e subentra quello di
protesi, copia, surrogato di un individualità altra. Per essere
individuo, dicevamo, c’è bisogno di tempo. Tempo per ragionare,
desiderare, riflettere, sbagliare, scegliere, rinunciare, amare,
odiare. Per autodeterminarsi, per essere se stessi. Sappiamo però
che il Tempo individuale è un tempo finito, limitato, che si
esaurisce. E sappiamo anche che l’unica cosa che l’uomo può fare
con il Tempo è quello di sceglierne l’utilizzo. Entro i limiti del
possibile, naturalmente. Ognuno può fare da sé un breve calcolo e
scoprire quanto tempo l’uomo di oggi dedichi al lavoro. E, per
sostenere la tesi che qui si prova ad accennare, basta davvero questo
semplice calcolo. Se la quasi totalità degli attimi a disposizione
di un uomo vengono occupati (spesso abusivamente) da un’occupazione
lavorativa, ecco che di tempo per il resto non c’è n’è. Il
resto è naturalmente tutto
il resto: la costruzione della propria individualità. Se lavori
pensi al lavoro, there
is no alternative.
Chiedetevi ora perché il Tempo non occupato dal lavoro si chiami
tempo
libero
e non, che so, tempo divertente. La risposta è contenuta nella
domanda. La definizione di libero prevede un termine di paragone
implicito per essere sensata. E il secondo termine è qui quello di
costretto.
Se ne inferisce che l’altra specie di Tempo, quello lavorativo, sia
un Tempo costretto, non libero. E dunque impersonale, divisibile,
non-individuale. C’è della coerenza in tutto questo: noi non
scegliamo di lavorare, noi dobbiamo lavorare. L’idea che lavorare
sia un libero atto della volontà è un’illusione. Il lavoro-dovere
si è trasformato nella coscienza in lavoro-volere sino ad apparire
come una legge immutabile del mondo, un’idea inconscia radicatasi
in noi dopo secoli e secoli di abitudine. Di nuovo: se non hai tempo
per diventare te stesso, sarai individuato per ciò che farai. Cioè
per ciò che non sarai. Perché il lavoro, comprando Tempo, compra
l’esistenza.
Lo
scopo: il grande assente – Niente
ha uno scopo in se stesso. Nemmeno il lavoro. E’ l’essere umano
in quanto essere teleologico
che per vivere ha bisogno di cercare e trovare uno scopo, una
finalità in tutto ciò lo riguarda. E, a dire il vero, l’uomo è
sempre riuscito a trovare uno scopo. Spesso distorto, ingannevole,
vano. Ma l’uomo, per sua fortuna, non è Dio. Può sbagliare.
Epperò sembra che oggi questo animale giustificatore
faccia una fatica del diavolo a trovare uno scopo al lavoro così
come oggi è concepito e organizzato. Sono andati i bei tempi in cui
lavorare voleva dire poter toccare con mano la propria sopravvivenza.
Ancora più lontano è il tempo in cui lavorare significava poter
esprimere la propria personalità, il proprio talento, la propria
vocazione. Il “lavoro come opera” è morto. Certo, oggi il lavoro
è ancora legato alla sopravvivenza, d’accordo. Ma alla
sopravvivenza di chi? Alla sopravvivenza di cosa? E’ del tutto
evidente che oggi l’uomo non lavora più per la propria esistenza,
intesa come esistenza individuale. Oggi il lavoratore sgobba per la
propria esistenza commerciale, consumistica, edonistica. Si lavora
per poter consumare, per poter soddisfare dei bisogni che sono per la
maggior parte indotti. Si lavora per restare un ingranaggio
efficiente tra altri infiniti ingranaggi senza i quali, dicono,
l’essere umano perirebbe. Si lavora per nutrire quel Grande
Individuo impersonale
che chiamiamo società. Si lavora per tutti e per nessuno. In summa:
si lavora per consumare, per poi lavorare di nuovo. Lavorare per
lavorare. Il lavoro smette così di essere un mezzo – uno strumento
- volto al raggiungimento di un qualche scopo per divenire scopo esso
stesso. Scopo a se stesso. Stando così le cose, risulta impossibile
rispondere alla fatale domanda “a che scopo?”. L’uomo moderno
ha creato le condizioni tali per cui è avvenuto nel concetto di
lavoro un avvitamento di scopi, tanto che oggi non se ne trova
nessuno. Che senso ha, ad esempio, chiedere le “ferie”, ovvero
elemosinare uno sputo del mio
tempo a qualcuno che misteriosamente è riuscito a comprarlo? Dov’è
lo scopo in tutto ciò?
Infine,
ma non alla fine - Tutto
questo per dire che l’uomo deve riformare
il concetto di lavoro per giungere ad una esistenza riformata.
Prima però deve tornare ad essere un individuum
intero e liberarsi dalla sua attuale condizione di organismo scisso -
di dividuum
– tra quello che deve essere e quello che vuole essere. Trovare un
nuovo “a che scopo?”. Ecco di cosa ha bisogno oggi l’umanità.
Non “liberare l’uomo dal lavoro” ma liberare il lavoro
dall’uomo. Da questo uomo.
Alè
domenica 26 febbraio 2012
COPPIA DI SFATTO - SCOPPIA DI FATTO
E' l'impossibile che fa paura
è l'impossibile che spaventa
perchè non può accadere
perchè anima il desiderio
del non possibile
di ciò che non si realizza
che non ha il coraggio di essere
e che ha il coraggio di essere una minaccia
una scheggia
due schegge
E' il desiderio che è desiderio
eterno nel suo non essere
nel suo non dirsi mentre si dice
Un cuore contento
mi chiamasti
Ho il coraggio di confessare
di essere
un cuore e basta
chè la contetezza oggi si misura solo in :
chiacchiere
cibo
viaggi
fatti
racconti
partenze
decisioni
ritorni
e ancora racconti
Schegge solo
solo schegge
senza coraggio
Scordando che il Tempo
bisogna possederlo
Dicendo che il Tempo non si possiede
perchè se lo si possiede
non si sa cosa farci
Quando si è in due
si è sempre in tre
E il due non è più
Alè.
è l'impossibile che spaventa
perchè non può accadere
perchè anima il desiderio
del non possibile
di ciò che non si realizza
che non ha il coraggio di essere
e che ha il coraggio di essere una minaccia
una scheggia
due schegge
E' il desiderio che è desiderio
eterno nel suo non essere
nel suo non dirsi mentre si dice
Un cuore contento
mi chiamasti
Ho il coraggio di confessare
di essere
un cuore e basta
chè la contetezza oggi si misura solo in :
chiacchiere
cibo
viaggi
fatti
racconti
partenze
decisioni
ritorni
e ancora racconti
Schegge solo
solo schegge
senza coraggio
Scordando che il Tempo
bisogna possederlo
Dicendo che il Tempo non si possiede
perchè se lo si possiede
non si sa cosa farci
Quando si è in due
si è sempre in tre
E il due non è più
Alè.
lunedì 6 febbraio 2012
DEONTOLOGIA
Volti con infinite maschere
e infinite maschere con un volto solo
S'ingannano
dentro un mondo che non sa essere
che appare soltanto
Le Parole travestono
le Parole si travestono
ordinate e pulite
da una realtà che è travestimento
e poco altro.
Dove il Cielo
nasconde e confonde
e la Terra
è appena l'allegoria di altre allegorie e così fino alla Fine
Se solo anche questa Fine
non fosse un'allegoria
di altra e diseguale allegoria
che si chiama Inizio
o forse Scoiattolo - non ricordo bene
E poi?
E poi sempre ancora l'Uomo
Bugia in posizione eretta
Invenzione bipede
Favola raccontata male
pronto a benedire
- a tutti i costi -
la sua soppravvivenza.
Ma qui
l'unica verità è la finzione
l'unica certezza l'illusione
Quaggiù
persino un respiro
è la metafora di se stesso.
Per vivere ci vuole talento.
e noi non ce l'abbiamo.
Alè
e infinite maschere con un volto solo
S'ingannano
dentro un mondo che non sa essere
che appare soltanto
Le Parole travestono
le Parole si travestono
ordinate e pulite
da una realtà che è travestimento
e poco altro.
Dove il Cielo
nasconde e confonde
e la Terra
è appena l'allegoria di altre allegorie e così fino alla Fine
Se solo anche questa Fine
non fosse un'allegoria
di altra e diseguale allegoria
che si chiama Inizio
o forse Scoiattolo - non ricordo bene
E poi?
E poi sempre ancora l'Uomo
Bugia in posizione eretta
Invenzione bipede
Favola raccontata male
pronto a benedire
- a tutti i costi -
la sua soppravvivenza.
Ma qui
l'unica verità è la finzione
l'unica certezza l'illusione
Quaggiù
persino un respiro
è la metafora di se stesso.
Per vivere ci vuole talento.
e noi non ce l'abbiamo.
Alè
sabato 4 febbraio 2012
IN-AZIONE
Soffice
silenzioso
equilibrato
posato
uniforme
ordinato
libero
bianco
luminoso
giusto
perfetto
gelido
Alè
venerdì 27 gennaio 2012
PER NON DORMIRE
Certi giorni
per non morire
devo accontentarmi
di non essere ancora morto.
Certi giorni
questa non è vita.
Ma solo selvaggia sopravvivenza.
Alè
giovedì 19 gennaio 2012
MOLTIPLICAZIONE: ESERCIZIO N. 4
Su questa linea dritta
preso in mezzo da due furie
potenze silenziose
pericolose
immortali
immorali
Ognuna vuole un brandello di me
anche solo una mia parola
anche solo un mio sguardo
solo un mio insensato respiro
Vogliono
ma non esistono
Non sono
Una è stata
l'altra ancora deve essere
Come possono volermi ora?
Ora che io mi trovo qui
qui
dove io sono già stato
qui
dove ancora devo arrivare
Perchè mi volete vostro?
Perchè non c'è nessun qui
e non c'è nessun adesso
Guardatemi
guardate ora i miei piedi
inghiottiti da questa terra di nessuno
guardate i miei occhi nascondersi
in mezzo a questa battaglia furiosa
Guardatemi
mentre rivolgo contro me stesso
le mie armi le mie mani
in questo tempo che non è
in questo luogo che non c'è
Su questa linea
che oramai si è spezzata
io resto indietro
su questa linea
che ruota impietosa su se stessa
e confonde
il prima e il dopo
l'inizio e la fine
il passato e il futuro
mentre calpesta un presente
che fugge e ancora fugge
Aspettando che i frantumi si ricompongano
che il diviso sia ancora Uno
e che questa guerra spezzata
torni ad essere
un cerchio che mi protegga
In un presente infinito.
Un uomo EGLI e non più IO
martedì 6 dicembre 2011
ADDIZIONE: ESERCIZIO N.3
Non siamo a questo mondo
per combattere
nè siamo a questo mondo
per essere come vogliamo
Forse dobbiamo solo essere
necessariamente essere
Umiliati insultati precipitati
nella bugia della Scelta
nell'idiozia della Libertà
Ecco sì
magari sì
siamo solo dei precipitati
in un dove che non vogliamo
in un quando che non scegliamo
Siamo nati
o siamo solo non-morti per un attimo?
Sul mio sangue c'è scritto
- Essere quello che sei.
E se sei nulla, allora sii nulla.
Mi dispiace per te-
Ecco perchè
esattamente 20 righe fa
ho sbagliato.
Perchè siamo a questo mondo
precisamente per combattere.
E per sbagliare.
Un uomo Precipitato.
Alè
venerdì 18 novembre 2011
UNO DAVANTI E DUE DI DIETRO
Parti di me
una seduta alla mia destra
l'altra alla mia sinistra
Dentro di me
lontano da me
Parti di me
nuotano l'una sull'altra
senza annegare
vivono l'una sull'altra
solo per un istante
uno solo
come solo una è l'eternità
mentre le sento vivere
l'una sull'altra
dietro di me
Parti di me
dietro di me
La mia schiena vede ora
occhi a caccia di altri occhi
inseguirsi e rincorrersi
e alla fine trovarsi
in un posto dove i miei non possono arrivare
questi miei occhi che si chiudono
che non sanno
La mia schiena vede ora
mani eccitate penetrare carni eccitate
e poi
quelle altre carni essere penetrate
da quelle altre mani
Eccitate
nascoste
disoneste
insospettabili
mani che alla fine
si conficcano nella mia carne
nella mia schiena
che ha visto troppo
e che troppo ha patito
Ma la mia schiena non sa parlare
non vuole parlare
Non vuole dirmi
che ogni passo che faccio
lo faccio da solo
che il resto si è fermato
si è nascosto
per non farsi vedere dai miei occhi
da questi occhi che sanno parlare
ma non sanno vedere.
Parti di me
che dietro di me
tramano e ingannano
Perchè nient'altro sono se non
schegge di me
fuggite da me
che si lasciano ammirare
mentre si allontanano
felici
ecciatate
libere
Se volete uccidermi
che sia.
Ma almeno fatelo.
Abbiate il coraggio di farlo.
Non ve ne sarò grato
ma almeno continuerò ad ammirarvi
Parti di me
senza di me
Alè
Iscriviti a:
Post (Atom)

